Catenaccio, subito dopo pizza e mandolino, è il terzo sostantivo che ci viene incollato addosso e ci identifica quando usciamo oltreconfine.
In realtà, l’introduzione del Catenaccio va fatta risalire al tecnico austriaco Karl Rappan, che lo propose per la prima volta nel 1932.
Importato in Italia dall’allenatore della Triestina Mario Villini, trovò in Nereo Rocco e Helenio Herrera gli esponenti di maggior successo. 
Benchè il suono del termine Catenaccio sia chiaramente dispregiativo, questo modo di difendere è la migliore rappresentazione delle nostri radici più profonde, del DNA dei nostri Nonni e Bis-Nonni. Ieri sera, commentando su facebook la partita Barca-Juventus, avevo preannunciato che qualcuno, disprezzando quando visto, avrebbe accusato la Juventus di Catenaccio.
Qualcun altro – invece – riguardando la partita, avrebbe parlato di Attitudine.
Influenzato dall’attività giornaliera sul campo, non ho avuto dubbi. Per me è pura Attitudine.

In questi ultimi cinque mesi, oltre al ruolo di Allenatore dei Portieri mi è stato chiesto di codificare atteggiamenti e studiare esercitazioni al fine di organizzare la nostra linea difensiva. Attraverso questa profonda riflessione e introspezione quotidiana sono arrivato sostanzialmente a tre conclusioni:

  1. Per quanto la mia predisposizione mentale, il mio background e le mie credenze presenti e future siano legata ad un tipo calcio situazionale, propositivo e coraggioso, non posso negare che ho provato (e provo) un grande piacere nel lavorare con dedizione e trasporto nell’organizzazione analitica di una linea difensiva.
  2. L’organizzazione senza l’emozione è nulla. Le mie più grandi difficoltà iniziali erano legate, non tanto alla codifica delle situazioni, al sincronismo dei movimenti e, più nello specifico, alla lettura comune della medesima situazione, quanto al feeling di ciò che i giocatori stavano apprendendo e che, di volta in volta, avrebbero dovuto transferire in esercitazioni e competizioni. Solo recentemente ho avuto la sensazione di essere riuscito a trasmettere, davanti alle necessità, quel desiderio di serrare i ranghi e soffrire sulla soglia dell’aria di rigore.
  3. Estrapolo dal contesto alcune dichiarazioni di Arrigo Sacchi che, se pur criticando l’approccio difensivista, riconosce le qualità tattiche, caratteriali, cognitive, umane e mentali che necessarie per attuare e sostenere un determinato atteggiamento difensivo.
    Dopo la performance di ieri, credo di non essere stato l’unico ad essersi emozionato per la compatezza mostrata da Chiellini e compagni, capaci di insegnare al Barcellona una diversa tipologia di calcio posizionale (senza palla). Lasciare per due partite consecutive a bocca asciutta agli avanti catalani era un’impresa quasi impossibile, avvenuta l’ultima volta nel maggio del 2013, ma quel che sorprende ancora di più è stata la capacità di creare (e non solo in contropiede), situazioni di grande pericolo.
    La qualificazione ai quarti di finale passa a mio parere dal sacrificio e della sfrozo individuale, divenuto atteggiamento collettivo:ATTITUDINE DIFENSIVA 1) La rincorsa di Higuan e la ferocia del tackle di Cuadrado


    2) Il continuo elastico difensivo di Chiellini e Bonucci (in zone diverse di campo) per accorgiare e lasciare alle spalle, agevolando anche il lavoro di pressione centrocampisti e attaccanti.

    Che si chiami Catenaccio, che si chiami organizzazione o attitudine difensiva, queste immagini sono ciò che di più umano il gioco del calcio ci possa regalare. La capacità di soffire insieme, di riconoscere che la sofferenza altrui ci riguarda significa sentire che essa fa appello alla capacità di provare un analogo stato di sofferenza in noi stessi (concetto simile all’empatia) e al tempo stesso riconoscere che quanto sta accadendo all’altro potrebbe accadere anche a noi in quanto esseri umani.

    Ed è per questo che, ascoltando le parole di Guardiola, a termine di un Juventus – Bayern Monaco (2016) dovremmo riflettere e cogliere una differente prospettiva.

    Quello che è stato fonte di successo e in seguito fonte di calunnia e denigrazione, non dovrebbe essere qualcosa di cui vergognarci, ma bensì qualcosa di cui andare orgogliosi. Non tanto per il dispregiativo Catenaccio, ma per la capacità di compattarci nelle difficoltà e soffrire insieme.
    Una delle poche cose, forse l’unica, di cui, da sempre, siamo gli indiscussi maestri.

    Ben fatto.

    Francesco Farioli
    Goalkeeper Coach 
    Qatar National Team
    QFA & Aspire Academy

    [contact-form][contact-field label=’Nome’ type=’name’ required=’1’/][contact-field label=’E-mail’ type=’email’ required=’1’/][contact-field label=’Sito web’ type=’url’/][contact-field label=’Commento’ type=’textarea’ required=’1’/][/contact-form]

0 commenti

Lascia un Commento

Vuoi partecipare alla discussione?
Fornisci il tuo contributo!

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *