Intelligenza linguistica, logico-matematica, spaziale, corporeo-cinestesica, musicale, interpersonale, intrapersonale, naturalistica, esistenziale o teoretica. Quale, tra queste nove intelligenze, deve guidarci nelle scelte ultime? Qual è il ruolo dello Sport? Quale quello del Portiere?

Per rispondere a queste domande, non possiamo che partire dalla storia raccontata da Goleman nel primo capitolo di Emotional Intelligence.
Gary e Mary Jane Chauncey erano una coppia completamente consacrata alla figlia undicenne Andrea, costretta su una sedia a rotelle da una paralisi cerebrale. La famiglia Chauncey si trovava su un treno che precipitò in un fiume della Louisiana mentre percorreva un ponte precedentemente urtato da una chiatta. Avvolto dalle acque, il treno iniziò la sua lenta discesa verso il fondo del fiume e, in quel momento, i due genitori fecero del loro meglio per mettere in salvo la loro figlia, riuscendo a spingerla fuori da un finestrino tra le braccia dei soccorritori. Quando il vagone affondò, la giovane bambina fu salva, ma per i due genitori non ci fu niente da fare.
Questo stralcio di cronaca americana va contro l’istinto di conservazione, di sopravvivenza che è insito in ogni essere umano, va contro ogni forma di intelligenza logico-matematica, contro ogni intelligenza misurata attraverso test per il quoziente intellettivo.
Allora perché? Perché questi due genitori decisero di sacrificare la propria vita per salvare la figlia? Quale istinto?
Quale alchimia sovrintende l’auto-conservazione?

Pensiamo ai Pompieri che l’11 settembre si gettarono correndo dentro i fumi grigi delle Torri Gemelle, ormai prossime al crollo.
Pensiamo ai Soccorritori che nei recenti terremoti, hanno scavato a mani nude tra le macerie e le scosse di assestamento.
Quale intelligenza può spingere un essere umano a rischiare così tanto? 
Davanti alle grandi scelte, la parte sinistra del cervello non ha tempo di elaborare la logica del ragionamento, bloccata da una spinta incontrollabile che arriva dritta dal cuore e dalla parte destra del nostro cervello. Il passo avanti dell’emozioni.
Il sopravvento del sentire che muove l’azione, istintiva, eppur alimentata da un respiro d’intelligenza: l’intelligenza emotiva.

Come ci ricorda Benigni in questo monologo, durante il periodo della formazione, impariamo a scrivere, leggere, a guidare la macchina, ma la scuola (fatta eccezione per qualche Professore) non ha in programma nessuna attività per insegnarci a capire le nostre emozioni, le nostre profondità, gli angolo bui della nostra anima.

“La nostra coscienza, se non viene guidata a dovere, può fare degli orrori.”

Bruno Bettelheim, pedagogo e psicoanalista, diceva:
“Di un uomo, datemi i primi sette anni della sua vita, il resto tenetevelo pure, tanto basta per sapere come sarà il suo carattere, la sua forza e le sue debolezze.”

Dagli stimoli di cui sopra, dalle bacheche piene del mirabile discorso di denuncia di Marco Rondina dal Politecnico di Torino ( https://www.youtube.com/watch?v=Erl7tvRzaQE ) e da qualche messaggio di amici che, uscendo dall’Italia, la guardano con una rassegnazione preoccupante, mi sono chiesto quale ruolo può avere ancora lo sport, il gioco del calcio, il ruolo del Portiere e gli educatori nel sistema formativo e nella società civile.

Il video che segue può aiutarci a riflessione.

https://www.youtube.com/watch?v=ZDp7FOC5Mak

Immaginate – per un attimo – di trovarvi nei panni dei due giovani Portieri.
Quale sensazioni?
Quale messaggio?
Quale lezione? 
Ho provato a fare in prima persona un salto dentro questa scena, cercando di ipotizzare ciò che quei due Portierini hanno portato a casa lasciando il campo da gioco:
– può essere reso quel che è stato sottratto ingiustamente (anche casualmente)
– si può provare molto più piacere nell’essere giusti, che nell’essere ingiusti 
Sono certo che quel ragazzo che difendeva la porta domani saprà ricambiare il favore e proverà piacere nel rivedere lo specchio di se stesso negli occhi di qualcun altro.  E per il giovane portiere che si è fatto da parte per lasciar segnare il capitano avversario?
Domani avrà la forza di sperare che un giorno qualcuno possa tendergli una mano per dargli aiuto.
Questo circolo virtuoso è l’unica via per alimentare un senso di speranza che ci porta ad approcciare dinamiche e rapporti con uno spirito puro, proprio come quello di un bambino di sette anni. Uno spirito di appartenenza, verso il genere umano. La gentilezza, l’animo lieve, che rimane con noi, come il più profondo messaggio di vita, come il più chiaro presentimento d’amore.

Si dice spesso che i soldi fanno perdere la prospettiva (che siano troppi, o che siano troppo pochi), eppure, forse un po’  ingenuamente, mi piace pensare che la prospettiva sia influenzata da quello che siamo e non da quello che abbiamo (o non abbiamo).
C’è un’altra storia, che parla di attimi, di scelte di vita, forse più leggera di quelle da cui siamo partiti.
Una storia che ha in comune la predominanza della parte destra del cervello, quella parte che troppo spesso dimentichiamo di sollecitare.

31 agosto 2015.  Sulla pista dell’Aeroporto Adolfo Suárez, Madrid-Barajas, c’è un aereo pronto a spiccare il volo verso l’Inghilterra.
Su di esso un giocatore professionista che, per definizione, dovrebbe essere pronto a giocare per chiunque, purché le cifre del contratto siano di gradimento. Un giocatore divenuto merce di scambio, scaricato dal Real Madrid e che, nonostante tutto, con il cuore vorrebbe essere ovunque, tranne che in quel aereo diretto a Manchester.  D’improvviso, un attimo prima dell’inizio della procedura di decollo, il telefono di Keylor Navas suona e riceve un messaggio: “Rimani a Madrid”. Ogni logica, ogni intelligenza che si basa sul ragionamento puramente intellettuale, spingerebbe i motori dell’Airbus verso Manchester, verso quella rivincita contro chi non lo ha voluto.
E’ questione di attimi, anzi, è solo la frazione di tempo che intercorre tra lo schiodarsi dal sedile ed alzarsi in piedi e fermare tutto e tutti.
“Scusate, voglio scendere. Devo scendere. Rimango qui. Rimango a Madrid.” (http://www.delinquentidelpallone.it/keylor-navas-i-guanti-del-destino/)
Keylor Navas alla fine è tornato a Madrid con le valigie in mano. Una botta che avrebbe steso chiunque. Un uomo normale, uno come tanti, si sarebbe buttato giù, si sarebbe sentito di troppo. Keylor invece ha voltato immediatamente pagina. Si è rimesso i guanti e ha ricominciato come nulla fosse a fare quello che gli riesce meglio: respingere tutto quello che passa dalle sue parti. Con tanta passione, con tanta emozione.
La stessa emozione che, ad ogni applauso ricevuto, gli fa abbassare la testa e ringraziare Dio.
Se è arrivato fin qui, dice lui, è perché il destino ha deciso così.
Storie di scelte, storie di emozioni. Storie di Intelligenze Emotive.

Perché lo Sport non può insegnarci a diventare supereroi, ma di certo può educarci ed aiutarci a diventare piccoli eroi, ogni giorno.


Francesco Farioli 
Senior Goalkeeper Coach
Aspire Academy
Qatar National Team

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